22 ottobre, 2006

IL PERSONAGGIO DELLA SETTIMANA
ERBESTEIN


È stato l’anima del Grande Torino. La sua è una storia di sport, guerra, persecuzione e destino crudele. Ernesto Egri Erbstein, ungherese di origine ebraica, direttore tecnico del Torino dal 1938 al 1939 e dal 1946 al 1949, trovò nel calcio la realizzazione di ideali che erano l’antitesi del nazifascismo: onestà, lealtà, generosità, aiuto reciproco. Erbstein, sua moglie Iolanda e le due figlie Susanna e Marta erano di religione cattolica, ma questo non li rese immuni dalle discriminazioni che in Italia per effetto delle leggi razziali subiva chiunque fosse di origine ebraica. «Mio padre soleva dire che c’è un unico Dio e lo si può pregare in tanti modi, tutti validi», racconta oggi la figlia Susanna, coreografa di fama mondiale e titolare a Torino del prestigioso Centro di Studio della Danza Iolanda e Susanna Egri, «L’importante è rispettare i comandamenti ed essere persone giuste, leali, oneste. Il nostro credo familiare era questo».Nell’intento di non far subire alla propria famiglia il trauma della persecuzione, Erbstein decide di anticipare gli eventi e abbandona l’Italia per l’Ungheria, che aveva lasciato nel 1924. A Budapest si era diplomato all’Istituto di Educazione Fisica e aveva iniziato la sua carriera di calciatore nella squadra locale del Bak, meritando anche la convocazione in nazionale. Di calcio, però, non si viveva, si poteva praticare solo da dilettanti. Per mantenersi faceva l’agente di Borsa. Quando però questo tipo di professione in Ungheria non era più remunerativo pensò a emigrare senza mai dimenticare la sua vera vocazione: il calcio. In un primo tempo avrebbe voluto emigrare negli Usa, dove soggiornò nel 1926 giocando nei Brooklyn Wanderers, che gli offrirono un ingaggio.La moglie Iolanda, però non gradiva allontanarsi dall’Europa e dai suoi affetti e così Erbstein scelse definitivamente l’Italia. Qui aveva già qualche contatto e trovò spazio per continuare a praticare il calcio. Giocò prima nell’Olimpia Fiume, poi nel Vicenza. A soli trent’anni nel 1928 diventò allenatore, cominciando col Bari per poi passare nell’anno successivo alla Nocerina, facendola arrivare subito prima nel girone campano di Prima divisione. A Nocera lasciò un ricordo indelebile tanto che gli hanno dedicato una via. Ma la consacrazione arrivò con la Lucchese. In soli tre stagioni portò questa squadra dalla serie C alla serie A, dove conquistò nel 1938 un ottimo settimo posto. Sull’onda di questi successi, nel 1938, fu chiamato ad allenare il Torino da Ferruccio Novo, industriale torinese ed ex-calciatore granata, da poco eletto presidente della società. «Era un allenatore straordinariamente bravo», racconta la figlia, «la sua impresa con la Lucchese è stata memorabile. Il calcio diventò proprio in Italia la sua professione e noi vivevamo moltissimo questa realtà. Posso dire di essere cresciuta sui campi di calcio».Erbstein fu un grande innovatore. La sua visione del calcio era la combinazione perfetta dei suoi studi di educazione fisica e del suo variegato bagaglio culturale, che spaziava dalla letteratura alla filosofia. Dall’educazione fisica aveva tratto una particolare attenzione alla valutazione del fisico degli atleti e delle loro reazioni alla sforzo. Sulla base di queste analisi introdusse per primo il riscaldamento prepartita, l’uso delle vitamine e programmi di preparazione atletica molto moderni. «Era un duro», ricorda Raf Vallone, nel 1938 giocatore del Grande Torino, in un intervista alla Gazzetta dello Sport del gennaio 1995. «Ci faceva ripetere i movimenti fino alla nausea, con il corpo inclinato in avanti. Poi raddoppiò gli allenamenti: oltre a quelli obbligatori introdusse quelli liberi. Così la maggior parte si fermava per perfezionare la tecnica. Poi, sempre al Filadelfia, fece costruire un muro lungo dieci metri, così da consentire ai giocatori dal tiro debole di esercitarsi e rinforzarsi. Erbstein ci conquistò con l’esempio. Pur affetto da una tremenda sciatica, sotto la pioggia o la neve era sempre lì con noi. Già allora sfruttava le fasce laterali, rendeva viva perfino l’area del corner, ci faceva applicare una sorta di calcio totale. Ogni volta che uno dei nostri aveva il pallone, gli altri compagni dovevano muoversi in modo da dargli non una, ma tre diverse possibilità. Una volta alla settimana c’era quella che noi chiamavamo “l’ora che uccide”. Ci teneva negli spogliatoi, faceva i disegni sulla lavagna e ci spiegava come dovevamo muoverci in campo. La sua disciplina ferrea mi ha insegnato a vivere e a stare con gli altri, valori importanti per lavorare in teatro».Nel lavoro di Ernesto Erbstein aveva molto spazio anche la psicologia. Spronava i suoi calciatori con slogan del tipo: «Coraggio più sudore, più calma: uguale ricetta della vittoria». Il suo ispiratore era il filosofo olandese Johan Huizinga (1872-1945), autore nel 1938 del saggio Homo Ludens, nel quale esaminò il ruolo del gioco in legge, guerra, scienza, poesia, filosofia e arte. Huizinga sosteneva che l’istinto del gioco era alla radice della cultura dell’uomo e di tutte le sue attività. «Aveva sempre sotto mano questo libro di Huizinga», ricorda la figlia, «per lui il calcio, il gioco in genere, faceva parte di una globalità dell’essere umano. Era capace di fermarsi per strada a osservare dei ragazzini che giocavano a calcio solo perché lo interessava vedere il rapporto fra loro e il pallone». Tutta questa capacità e questa ricchezza culturale nell’Italia fascista non valsero più nulla quando il regime emanò nell’autunno del 1938 le Leggi Razziali, che mettevano gli ebrei ai margini della società.«Questa nuova realtà provocò in me un tremendo shock. Mi sentivo italiana a tutti gli effetti e non avevo alcuna cognizione dell’origine ebraica della famiglia», racconta Susanna Egri, «andavo spesso in chiesa a pregare. Dai documenti di mio padre risultava l’origine ebraica della mia famiglia e tanto bastò per sconvolgere all’improvviso la nostra vita». Erbstein in un primo momento cercò una via di fuga con l’aiuto del Torino. La soluzione studiata fu quella di scambiare il suo posto di allenatore nella società granata col suo amico Molnar, tecnico del Rotterdam, che era disposto a sostituirlo in Italia in attesa di tempi migliori. «Partimmo tutti insieme per andare a Rotterdam, ma alla frontiera tra Germania e Olanda ci attese una brutta sorpresa», ricorda Susanna Egri. «Gli olandesi annullarono i nostri regolarissimi visti senza alcuna spiegazione e non ci lasciarono entrare. Ci ritrovammo bloccati a Kleve vicino a Düsseldorf in piena Germania nazista, dove già erano in vigore le leggi razziali e agli ebrei era imposto di circolare con la stella gialla cucita sui vestiti, un simbolo che contrassegnava anche i palazzi nei quali erano obbligati ad abitare. Mio padre con l’aiuto del Torino cercò di avere nuovi visti, ma non ci fu niente da fare. Per motivi ancora oggi a me oscuri gli olandesi ci respinsero alla frontiera e decidemmo così di andare a Budapest, dove ci dovevano accettare per forza e dove abitavano il padre di mio padre e i suoi fratelli, che ci diedero ospitalità».Erbstein si ritrovò a dover cambiare ancora lavoro e scelse un settore a lui sconosciuto, ma al quale si adattò molto rapidamente, quello dell’importazione di prodotti tessili dall’Italia. Se la cavò egregiamente anche grazie ad alcune amicizie e nel frattempo si tenne in contatto per corrispondenza col presidente del Torino Ferruccio Novo, che non poteva fare a meno delle sue consulenze. Fece anche diversi viaggi in Italia, durante i quali visionava giocatori da indicare per l’acquisto a Novo. Loik e Mazzola furono acquistati proprio grazie a sue segnalazioni.In breve tempo gli Erbstein raggiunsero un certo benessere economico e, pur non facendo parte della comunità ebraica, avevano molti amici ebrei, che a Budapest erano parte predominante dell’elite culturale. La loro vita scorreva relativamente tranquilla fino al marzo del 1944 quando i tedeschi occuparono con i carri armati la capitale ungherese.«Cominciarono con l’imporre la stella gialla a tutti coloro che avevano anche un solo avo ebreo. Per le strade si vedevano immagini grottesche come quelle di suore con la stella gialla sul petto», racconta la signora Egri, «la mia vita divento presto molto a rischio. Fu ordinato a tutte le ragazze ebree di età compresa fra i 16 e i 25 anni di presentarsi a un punto di raccolta. Mi rifiutai, ben sapendo che era pericoloso. Riuscii a nascondermi grazie ad amici ungheresi in un pensionato per ragazze cattoliche, dove si producevano divise militari. Questa istituzione, sotto protezione del Vaticano, era diventata, per iniziativa del suo direttore padre Klinda, un rifugio per ragazze nella mia situazione, cioè cattoliche di origine ebraica. Portai con me anche mia madre e mia sorella più piccola così da poter stare tutti insieme. Mio padre invece fu trasferito in un campo di lavoro coatto alla periferia di Budapest. Era destinato a lavori pesanti come il trasporto di binari». «Da lì», prosegue Susanna, «riusciva ad avere permessi per uscire così ci veniva a trovare. La situazione era però instabile e anche lì la sicurezza non era garantita. Nell’autunno del 1944 quando infuriavano i bombardamenti alleati, le Croci Frecciate ungheresi fecero irruzione nell’edificio. Ubriachi, armati fino ai denti, i miliziani ci radunarono tutti in un unico salone. Era domenica, giorno di visite, un’occasione unica per prendere prigioniero anche chi fosse venuto lì occasionalmente. Arrivavano molte telefonate di parenti e i miliziani facevano venire nell’ufficio della direttrice quelli che erano chiamati al telefono e li obbligavano a dire “venite a trovarci” così da avere sempre più gente da catturare. A un certo punto chiamarono anche me al telefono. Ci andai circondata da miliziani armati fino ai denti, che mi intimarono: “Devi dire che vengano qui subito perché c’è una festa”. Al telefono c’era un commilitone di mio padre, che telefonava per avvertire che quel giorno mio padre non aveva avuto il permesso di venire a trovarci. Risposi con un tono di voce alterato un po’ da stupida così da ingenerare nel mio interlocutore dei sospetti. Raggiunsi il mio scopo. Quel signore si allarmò e consigliò a mio padre di telefonarmi subito. Così fece. Mi chiamarono di nuovo al telefono e io rifeci la stessa commedia parlando in ungherese, ma aggiungendo a bassissima voce in italiano: “Aiuto”».«“Ho capito tutto, stai tranquilla!”, mi rispose prontamente papà. Intanto le Croci Frecciate ci misero in fila e ci fecero uscire a piedi fuori dal palazzo. Non sapevamo dove ci portavano, ma avevamo la sensazione netta di essere condotte verso la morte. A un certo punto ci fermammo a lungo senza capire cosa stava succedendo fino a che ci fecero tornare sui nostri passi. Al pensionato ci aspettava padre Klinda che ci raccontò come grazie all’allarme da me lanciato mio padre avesse contattato il Nunzio Apostolico per chiedergli di intervenire presso alle autorità ungheresi e invocare il rispetto della protezione del Vaticano sul pensionato. Il Nunzio aveva telefonato personalmente al ministro dell’Interno e aveva ottenuto che questi ordinasse alle Croci Frecciate di lasciarci libere. In quel posto però non potevamo più stare. Le Croci Frecciate sarebbero certamente tornate alla carica. Scavammo una buca sotto il filo spinato e scappammo a casa della famiglia di mia mamma, che era ariana e lì rimanemmo fino alla fine della guerra. Mio padre, invece, scappato dal campo di lavoro si rifugiò clandestinamente presso di noi, ma non per molto. Mi accorsi per tempo di una delatrice che aveva avvertito le Croci Frecciate della sua presenza e riuscii ad accompagnarlo da Raul Wallenberg al consolato svedese, dove molti ebrei avevano trovato rifugio e dove rimase fino all’arrivo dei sovietici».Nel 1946 Ernesto Erbstein, che durante la guerra aveva cambiato il suo cognome di origine tedesca nel magiaro Egri, tornò con moglie e figlie a Torino, dove l’attendeva con ansia il Commendator Novo, che gli diede l’incarico di direttore tecnico. «La passione per il calcio lo aiutò a ritrovare la serenità perduta durante le terribili esperienze della guerra. I valori nei quali credeva uscirono ancora più rafforzati e in lui era cresciuta la volontà di adoperarsi per gli altri e di insegnare onestà, lealtà, generosità», spiega Susanna Egri, «Per la squadra assunse un ruolo “quasi paterno”». Viveva costantemente con la squadra: programmava gli allenamenti anche della Primavera, stabiliva la dieta, distribuiva i ruoli all’interno della squadra, parlava con tutti dei loro problemi. Era dotato di un carisma da direttore d’orchestra. Il presidente Novo non faceva niente senza l’avvallo di mio padre. Aveva totale fiducia nella sua competenza e nella sua rettitudine. Naturalmente non tutti l’amavano. Chi eccelle suscita sempre invidie e così fu attaccato per questioni stupidamente politiche. Qualcuno lo accusò di essere comunista semplicemente perché aveva compiuto alcuni viaggi avanti indietro dall’Ungheria. Rispose pubblicamente con un articolo dal titolo «Non sono una spia». Solo nel 1948 la famiglia Egri si riunì definitivamente a Torino. Casa Egri diventò presto un punto di riferimento per fuoriusciti ed esiliati ungheresi, che vi ricevevano ospitalità. La serenità ritrovata del direttore tecnico del Grande Torino e della sua famiglia non durò molto.

Il 4 maggio del 1949 perì nell’incidente aereo di Superga con la squadra da lui tanto amata. «A vent’anni mi ritrovai capofamiglia. La vita si fece durissima. Allora ero prima ballerina all’Opera di Firenze e dovetti trasferirmi a Torino interrompendo la carriera, che però poi sono riuscita a portare avanti», dice la figlia, «ho allestito coreografie di danza classica e contemporanea per la tv, che nasceva in quegli anni, ho fondato la scuola che dirigo tuttora. Di mio padre mi sono rimaste due cose. La prima è la frequente abitudine inconscia di organizzare balletti di undici ballerini come una squadra di calcio. La seconda è un oggetto che porto sempre con me: una bambolina portoghese. La trovai nella sua valigia dopo la tragedia di Superga. L’aveva comprata in Portogallo per regalarmela. È il suo regalo postumo, l’oggetto più caro che ho, il mio portafortuna».

di Gabriele Eschenazi



Con la presidenza dell’Ing. Della Santina, Erbestein ha occupato la panchina della Lucchese per otto stagioni, dalla 1930-31 alla 1936-37 vincendo tre campionati (1932/33 – 1933/34 e 1935/36 fino alla conquista della Serie A, 1936-37.