07 dicembre, 2006





15a Giornata C1 gir. A risultati


CITTADELLA - PISTOIESE 3-0
GROSSETO - IVREA 2-0
LUCCHESE - CREMONESE 5-2
MASSESE - PAVIA 1-0
NOVARA - MONZA 2-0
PISA - PRO PATRIA 1-0
PIZZIGHETTONE - PADOVA 1-1
PRO SESTO - SANGIOVANNESE 1-2
SASSUOLO - VENEZIA 0-0


PROSSIMO TURNO - 17/12/06
CREMONESE-GROSSETO
IVREA-PIZZIGHETTONE
MONZA-MASSESE
PADOVA-NOVARA
PAVIA-PISA
PISTOIESE-SASSUOLO
PRO PATRIA-PRO SESTO
SANGIOVANNESE-CITTADELLA
VENEZIA-
LUCCHESE

L'angolo del Tez lo puoi trovare anche su www.tifolucchese.com




COMUNICAZIONI DEL CLUB
Ciao a tutti gli amici dell'angolo,dopo la brillante serata,trascorsa in compagnia di tanti tifosi,ma non solo, intervenuti all'incontro radiofonico organizzato da Radio2000 nella la nostra sede,
mi pare doveroso ringraziare la truppe tecnico giornalistica, che ha coordinato e diretto i collegamenti dalla sede, alla radio,in maniera professionale e anche simpatica.
Un pensiero al padrone di casa Moreno,che si è prodigato per l'ottima riuscita della serata.
Infine,complimenti al Prof. Bianchi,personaggio di qualità non solo sportive ,ma anche sociali,mi ha impressionato la sua disponibilità al dialogo con i tifosi,anche quelli più giovani,dimostrando che l'umiltà e la voglia di migliorare i rapporti tra di loro, è il suo cavallo di battaglia.
Vi aspettiamo numerosi per i prossimi incontri,sperando di riuscire a far tornare l'entusiasmo di un tempo,attorno ai colori della nostra città.
Tez

18 novembre, 2006


MEMORIE DI UN CAMPIONE...


Ferenc Puskás

Considerato il più grande giocatore ungherese di sempre, e tra i migliori anche a livello internazionale.
Dotato di un sinistro micidiale, paragonabile a quello di Maradona, secondo molti è il miglior tiratore che il calcio abbia mai visto nella sua storia ultracentenaria e fu per questo soprannominato "El Cañoncito".Luisito Suarez raccontò che una volta Puskas iniziò a mirare ai pali della porta da una ventina di metri, colpendoli diciotto volte su venti tentativi.Il palmares di Puskas è paragonabile a quello di altri grandi del calcio, come Pelé, Franz Beckenbauer, Alfredo Di Stefano e altri.
Giocò per la squadra olimpica ungherese che vinse la medaglia d'oro nel 1952. Esordì a livello di club a soli 16 anni, nella Honvéd di Budapest (la squadra dell'esercito ungherese), per poi passare al Real Madrid nel 1958 dopo i fatti della Rivoluzione Ungherese del 1956.Con la squadra spagnola vinse cinque campionati spagnoli e una Coppa dei Campioni, nel 1960, nella quale gli spagnoli si imposero all'Eintracht Frankfurt per 7-3 e nella quale Puskas segnò 4 reti, cosa non riuscita a nessun altro calciatore in una finale di Coppa dei Campioni.Grazie alla sua permanenza al Real Madrid venne naturalizzato spagnolo. Giocò nella nazionale ungherese dal 1945 al 1956, segnando 84 gol in 85 incontri. Con questa squadra ottenne un secondo posto nel Campionato del mondo di calcio del 1954. Puskas fece anche quattro apparizioni nella nazionale spagnola, tra il 1961 e il 1962, ma senza segnare.I suoi 84 gol internazionali furono un record (per gli uomini) fino al 28 novembre 2003, quando venne battuto dal calciatore iraniano Ali Daei (attualmente a quota 105 reti).Nella sua carriera segnò 1156 reti.
Malato da tempo, morì nella notte tra il 16 e il 17 novembre 2006, all'età di 79 anni, in una speciale casa di cura a Budapest, dove aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita grazie a un vitalizio del governo ungherese. Lo stadio di Budapest, il "Népstadion", fu rinominato in suo onore nel 2002.


fotoAlfredo Di Stefano lo definì... meraviglioso,come uomo,ma anche come compagno di reparto nel Real Madrid
nato a Budapest il 2 aprile 1927.decedeuto il17 novembre 2006 a Budapest.
tratto Da Wikipedia



IL PERSONAGGIO DELLA SETTIMANA


BRUNO PADULAZZI
Bruno Padulazzi, ruolo terzino,ha giocato nel campionato di serie A 1949/50 con la Lucchese,collezionando 38 presenze segnando anche un goal.
In quell'anno, la Lucchese aveva come dirigenti Della Santina e Fontana,come allenatore Barbieri e Alassio e come direttore sportivo Lucchesini , si classificò quintultima con 32 punti, la Juventus a 62 vinse lo scudetto.L'anno dopo passò all'Inter, diventando campione d'Italia negli anni '52-'53 e '53-'54. Padulazzi, classe '27, ha vestito la maglia nerazzurra per cinque stagioni collezionando 95 presenze e una rete. Padulazzi faceva parte di quella che era stata definita l'Inter delle "Zeta", in cui militavano anche il portiere Ghezzi e l'altro terzino Giacomazzi. Quell'Inter, che in attacco schierava Lorenzi e Skoglund, ed era allenata da Alfredo Foni.
nato a: Solcio di Lesa (NO)
il 03-09-1927
Deceduto il 27-02-2005
ruolo: Difensore
Padulazzi con la Lucchese 49/50 serie A







IL PERSONAGGIO DELLA SETTIMANA





ALDO OLIVIERI (il "Ragno Nero")

Aldo Olivieri (nato a San Michele Extra, Verona 2 ottobre1910 deceduto a Lido di Camaiore, Lucca, 5 aprile 2001) fu un calciatore italiano che ha giocato nel ruolo di portiere nel periodo d'anteguerra, celebre per aver vinto il titolo mondiale nel 1938. Di quella squadra era il penultimo ad essere sopravvissuto: l'ultimo componente tuttora in vita è Pietro Rava.
Esordì nella stagione 1930-31 nel Verona in serie B, passando al Padova nel 1933-34. Lì giocò soltanto otto gare, poiché durante un'azione di gioco, un'uscita spericolata su un attaccante gli causò la frattura del cranio. Dopo appena un'anno di convalescenza e contro il parere dei medici, Olivieri giocò nella Lucchese, sempre nella serie cadetta, passando subito al Torino, in Serie A nella stagione 1935-36, chiamato da Egri Erbstein, che ebbe modo di apprezzare il suo carattere (schivo, taciturno ed introverso) e il suo coraggio nelle uscite (entusiasmava la platea con voli spettacolari), uno stile che gli valse il soprannome di "Ragno Nero", che piu' tardi sarebbe stato dato a Fabio Cudicini.
Nella squadra granata Olivieri giocò sette campionati per un totale di 172 partite, prima di passare al Brescia dove chiuse la carriera in Serie B nella stagione 1942-43, dove giocò 32 partite. Ma la fama di Olivieri è data naturalmente dal fatto che fu il portiere titolare della nazionale italiana campione del mondo nel 1938 in Francia, sotto la guida esperta di Vittorio Pozzo, sostituendo il titolare di quattro anni prima, Giampiero Combi. In nazionale debuttò il 15 novembre 1936 nella gara con la Germania pareggiata 2-2 e giocò 24 partite alle quali bisogna aggiungerne 3 con la nazionale "B".
Nel dopoguerra tentò la carriera di allenatore, anche con Inter e Juventus, ottenendo buoni risultati. È morto a 90 anni in Versilia, dove si era ritirato da tempo.

Da Wikipedia

Nato a: San Michele extra (Vr) Il: 02.10.1910 Nazionalità: italiana Morto a: Viareggio Il: 06.04.2001 Ruolo: Portiere Palmares: 1 campionato del mondo (Italia 1938) Club scuola: Hellas Verona Nazionale: 24 pres. 0 gol (debutto: 15-11-1936 Germania-Italia 2-0)


Stagione Squadra Serie

1929-30Hellas Verona B
1930-31Hellas Verona B
1931-32Hellas Verona B
1932-33Hellas Verona B
1933-34Padova A
1934-35Lucchese B
1935-36Lucchese B
1936-37Lucchese A

1937-38Lucchese A
1938-39Torino A
1939-40Torino A
1940-41Torino A
1941-42Torino A
1942-43Brescia B
1943-44Brescia B
1944Audace San Michele D

«Dopo una mia parata l'attaccante avversario chiese all'arbitro di interrompere il gioco: venne a stringermi la mano»

(Gianni Brera su Aldo Olivieri)
«E'una piovra, un funambolo, un gatto dalle sette vite, un kamikaze col paracadute, è Ercolino Semprimpiedi. Taciturno, riflessivo senza essere ombroso, probabilmente timido, quando va in campo calamita l'attenzione del pubblico con i gesti lenti del grande attore, ma è così che deve essere un portiere, padrone della scena, padrone di sé e anche degli altri»


Ultimo dei campioni del mondo azzurri del 1938 (ANSA) - TORINO, 5 NOV

E' morto Pietro Rava, ultimo dei campioni del mondo azzurri di Parigi 1938. Aveva anche vinto con l'Italia l'oro Olimpiadi di Berlino '36. Rava avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 21 gennaio. Da tempo conviveva con il Morbo di Alzheimer. Nel 1938 gioco' la finale contro l'Ungheria vinta dagli azzurri 4-2. In Serie A con la Juventus ha totalizzato 321 presenze e ha vinto uno scudetto nel '49-'50.

Anche L'angolo del Tez ,ricorda un Grande Personaggio del Calcio Mondiale.

Sentite condoglianze

In Viggio con.......... Sigaro

Ciao a tutti gli amici dell'angolo,anche questa volta,siamo di fronte ad un personaggio mitico, se non mitologico,del tifo RossoNero.Una vita avventurosa, contornata da esperienze lavorative di vario genere.
Dall'agricoltura al cartaceo,dalle ciabatte,all'edilizia,quattro anni in Libia (come tecnico-meccanico)......insomma, un Lucchese atipico che porta con se i ricordi di una vita passata costantemente a contatto con la squadra della nostra città.
Inutile dire che i suoi ricordi ,legati al calcio passato,stuzzicano in me, grande curiosità.
Mi ci portava il mi Nonno,dice Lui, si partiva con la lambretta,e anche quando eravamo in trasferta,cercavo in tutte le maniere di convincerlo a portarmici.
A quei tempi ,le strade non erano come ora, per fare una trasferta,ci svegliavamo all'alba,e si tornava a notte fonda,ma la voglia di seguire la squadra era tanta..... anche se il viaggio spesso diventava un'avventura!
La serie A,i campioni passati al Porta Elisa,il grande Torino,Superga,gli anni delle promozioni,le delusioni delle retrocessioni,insomma un personaggio che merita di essere citato,........troppo facile parlare di Juventus, Fiorentina,Milan ,
quindi rispetto e considerazione per uno sportivo che ha sempre seguito la squadra della Sua Città,anche quando galleggiava in 4^ serie.
Anche questa volta potrà dire.......................... io c'ero!
Tez

15 novembre, 2006



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TEZCOM...L'UNICO CHE TI PERMETTE DI TELEFONARE LIBERANDOTI!....

....dall'AEEREE



30 ottobre, 2006




INNO DELLA LUCCHESE CALCIO 1905
Oh Lucca alla tua storia millenaria ...aggiungi un'altra pagina di gloria... nel segno di una splendida vittoria... che la tua squadra ti regalerà!...nel ciel di Porta Elisa....un nuovo firmamento,di stelle rossonere... brilleraà!!! ....vaaa' Rossonero vaa'..sali più in alto vaa' ...Se il grido ALE' LUCCHESE è una passione-in ogni stadio c'è la tua canzoneee!...va' Rossonero va'..nessuno fermerà...quel simbolo di forza la Pantera, che con le mura.... Lucchese mia, danno i colori a quella tua bandiera....... una bandiera-che tutta la città !!Lalalalalalaaaaa Va' Rossonero va' nessun ci fermeràà.!!....... quel simbolo di forza- la Pantera... che con le mura, Lucchese mia......... danno i colori a quella tua bandiera,...una bandiera!..... che tutta la Cittàaaaaaa....... ALE' LUCCHESE!!!!!!!

29 ottobre, 2006

I TEMPI CAMBIANO
Ciao a tutti gli amici dell'angolo,questa sera ho avuto il piacere di conoscere un "vecchio" tifoso della Lucchese,si via,... uno di quelli che si ricorda ancora la serie A.
Parlando del più e del meno,siamo entrati nell'argomento TRASFERTE.
I tempi cambiano e "l'evoluzione della specie", ha definitivamente modificato il modo di pensare ed agire del tifoso,soprattutto,quello che segue la squadra anche in trasferta.
*Dice Lui: ai nostri tempi si partiva tutti insieme appassionatamente,si prenotava il miglior ristorante della città,dove la Lucchese giocava,e dopo aver mangiato e bevuto,mentre le mogli erano a giro a far spese per il centro,noi si andava ad incitare la squadra allo stadio.... senza preoccuparsi di niente e di nessuno.A volte la gente si portava il mangiare da casa ,e apparecchiava a bordo campo.
Considerazioni mie: bei tempi!,credo inripetibili........quando la trasferta,era un modo per girare l'Italia,portando li,dove si andava, consumo e denaro,acquisendo culture e tradizioni non solo gastronomiche.
L'evoluzione non sempre ci fa vivere meglio,e in particolar modo se sei un tifoso che la Domenica vuole solo rilassarsi e stare
in compagnia dell'amata LUCCHESE.........................1905
Tez
*nella foto,i rappresentanti del club Cuore RossoNero Farneta
Basta violenza negli stadi!
In Italia la violenza negli stadi ha raggiunto negli ultimi tempi dimensioni veramente preoccupanti. Lo testimonia il fatto che l'Italia è l'unico paese d'Europa che al giorno d'oggi utilizza le barriere rinforzate negli stadi fra il pubblico e il campo: attenuatisi i tempi degli hooligans (i tifosi inglesi che sono stati l'incubo del calcio tra gli anni '80 e '90) in Italia si sta vivendo ora una situazione che rischia di diventare peggiore. Botte da orbi fra tifosi avversari, macchine che ad ogni partita rischiano di essere distrutte e enormi spiegamenti di forze dell'ordine fuori dallo stadio (certe volte più agenti per una partita che per un'operazione antimafia!) ne sono un esempio eloquente.Come la partita Italia-Croazia (0-2), giocatasi a Livorno il 16 agosto scorso, in cui sono successe delle cose di cui mai vorremmo sentir parlare: la partita era amichevole, ma nulla di amichevole si è visto sugli spalti. La partita in questione, che era la prima dell'Italia dopo la vittoria dei mondiali, è cominciata subito in un'atmosfera surreale, con i tifosi livornesi che criticavano i campioni del mondo di essere invischiati nello scandalo Calciopoli (che consentitemi di dirlo è assurdo perchè in quella partita i campioni di Berlino non c'erano!), e che, insomma, affermavano di vergognarsi della nazionale. Nell'intervallo, poi, lo sparuto gruppo di tifosi croati (forse ubriachi fradici), ha pensato bene di formare una svastica umana sugli spalti, probabilmente per provocare la tifoseria di Livorno, che, come è risaputo, è decisamente di sinistra. A questo punto è scoppiato il finimondo: gli insulti hanno cominciato a volare pesantissimi fra le due curve e, a fine partita, i tifosi della curva livornese (forse 2000 circa) si sono assiepati al'uscita della curva riservata ai croati, promettendogli di pestarli fino allo svenimento.Morale della favola il centinaio scarso di tifosi croati è dovuto uscire dallo stadio scortato da uno spiegamento di 400 agenti di polizia, cosa che secondo me non dovrebbe mai succedere in una partita, specie se amichevole.Negli ultimi tempi è proprio questo che sta causando la violenza degli stadi in Italia: la frammentazione politica delle tifoserie avversarie, per fare un'esempio Lazio-Livorno, forse la partita più a rischio della serie A, perchè il pubblico della Lazio è fascista e quello del Livorno è comunista (comunque bisogna far notare che, per pubblico, intendo solo gli ultras). A volte si assiste a fenomeni ancora più insoliti: a Lucca, ad esempio, gli ultras della Lucchese, sono divisi addirittura fra loro, per motivi politici! Cosa inaudita: a questi livelli quando si sente parlare di rissa fra Bulldog e Fedayn (due dei gruppi degli ultras lucchesi), quasi ci si scorda che sono ultras della stessa squadra!Questo purtroppo testimonia che lo scopo di andare allo stadio sta diventando prendersi a botte invece che vedere la partita. Intendiamoci: allo stadio è normale diventare più aggressivi e gli sfottò, gli insulti indirizzati alla curva avversaria e all'arbitro sono perfettamente normali e anzi aggiungono colore alla situazione, ma tutto dovrebbe finire lì; invece la tendenza in Italia purtroppo non è questa, mentre ai mondiali abbiamo visto tifosi di squadre avversarie addirittura mischiati fra loro e mai ci sono stati problemi.In conclusione, io penso che la guerra politica tra le tifoserie non debba esistere e chi va allo stadio per prendere a botte i tifosi avversari se ne stia a casa, o meglio ancora, al fresco.
per gentile concessione,
dal blog di......... Montezuma
I VIAGGI DI.... "puntino"

Dubai

commento: Quando gli ho detto....

....cosa c'era scritto, mi ha restituito i soldi!

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COME ERAVAMO.....







Sandro Vignini,Pascucci,Di Francesco,Tramezzani,Di Stefano,Donatelli




Lulù Di Stefano
al Porta Elisa




22 ottobre, 2006

IL PERSONAGGIO DELLA SETTIMANA
ERBESTEIN


È stato l’anima del Grande Torino. La sua è una storia di sport, guerra, persecuzione e destino crudele. Ernesto Egri Erbstein, ungherese di origine ebraica, direttore tecnico del Torino dal 1938 al 1939 e dal 1946 al 1949, trovò nel calcio la realizzazione di ideali che erano l’antitesi del nazifascismo: onestà, lealtà, generosità, aiuto reciproco. Erbstein, sua moglie Iolanda e le due figlie Susanna e Marta erano di religione cattolica, ma questo non li rese immuni dalle discriminazioni che in Italia per effetto delle leggi razziali subiva chiunque fosse di origine ebraica. «Mio padre soleva dire che c’è un unico Dio e lo si può pregare in tanti modi, tutti validi», racconta oggi la figlia Susanna, coreografa di fama mondiale e titolare a Torino del prestigioso Centro di Studio della Danza Iolanda e Susanna Egri, «L’importante è rispettare i comandamenti ed essere persone giuste, leali, oneste. Il nostro credo familiare era questo».Nell’intento di non far subire alla propria famiglia il trauma della persecuzione, Erbstein decide di anticipare gli eventi e abbandona l’Italia per l’Ungheria, che aveva lasciato nel 1924. A Budapest si era diplomato all’Istituto di Educazione Fisica e aveva iniziato la sua carriera di calciatore nella squadra locale del Bak, meritando anche la convocazione in nazionale. Di calcio, però, non si viveva, si poteva praticare solo da dilettanti. Per mantenersi faceva l’agente di Borsa. Quando però questo tipo di professione in Ungheria non era più remunerativo pensò a emigrare senza mai dimenticare la sua vera vocazione: il calcio. In un primo tempo avrebbe voluto emigrare negli Usa, dove soggiornò nel 1926 giocando nei Brooklyn Wanderers, che gli offrirono un ingaggio.La moglie Iolanda, però non gradiva allontanarsi dall’Europa e dai suoi affetti e così Erbstein scelse definitivamente l’Italia. Qui aveva già qualche contatto e trovò spazio per continuare a praticare il calcio. Giocò prima nell’Olimpia Fiume, poi nel Vicenza. A soli trent’anni nel 1928 diventò allenatore, cominciando col Bari per poi passare nell’anno successivo alla Nocerina, facendola arrivare subito prima nel girone campano di Prima divisione. A Nocera lasciò un ricordo indelebile tanto che gli hanno dedicato una via. Ma la consacrazione arrivò con la Lucchese. In soli tre stagioni portò questa squadra dalla serie C alla serie A, dove conquistò nel 1938 un ottimo settimo posto. Sull’onda di questi successi, nel 1938, fu chiamato ad allenare il Torino da Ferruccio Novo, industriale torinese ed ex-calciatore granata, da poco eletto presidente della società. «Era un allenatore straordinariamente bravo», racconta la figlia, «la sua impresa con la Lucchese è stata memorabile. Il calcio diventò proprio in Italia la sua professione e noi vivevamo moltissimo questa realtà. Posso dire di essere cresciuta sui campi di calcio».Erbstein fu un grande innovatore. La sua visione del calcio era la combinazione perfetta dei suoi studi di educazione fisica e del suo variegato bagaglio culturale, che spaziava dalla letteratura alla filosofia. Dall’educazione fisica aveva tratto una particolare attenzione alla valutazione del fisico degli atleti e delle loro reazioni alla sforzo. Sulla base di queste analisi introdusse per primo il riscaldamento prepartita, l’uso delle vitamine e programmi di preparazione atletica molto moderni. «Era un duro», ricorda Raf Vallone, nel 1938 giocatore del Grande Torino, in un intervista alla Gazzetta dello Sport del gennaio 1995. «Ci faceva ripetere i movimenti fino alla nausea, con il corpo inclinato in avanti. Poi raddoppiò gli allenamenti: oltre a quelli obbligatori introdusse quelli liberi. Così la maggior parte si fermava per perfezionare la tecnica. Poi, sempre al Filadelfia, fece costruire un muro lungo dieci metri, così da consentire ai giocatori dal tiro debole di esercitarsi e rinforzarsi. Erbstein ci conquistò con l’esempio. Pur affetto da una tremenda sciatica, sotto la pioggia o la neve era sempre lì con noi. Già allora sfruttava le fasce laterali, rendeva viva perfino l’area del corner, ci faceva applicare una sorta di calcio totale. Ogni volta che uno dei nostri aveva il pallone, gli altri compagni dovevano muoversi in modo da dargli non una, ma tre diverse possibilità. Una volta alla settimana c’era quella che noi chiamavamo “l’ora che uccide”. Ci teneva negli spogliatoi, faceva i disegni sulla lavagna e ci spiegava come dovevamo muoverci in campo. La sua disciplina ferrea mi ha insegnato a vivere e a stare con gli altri, valori importanti per lavorare in teatro».Nel lavoro di Ernesto Erbstein aveva molto spazio anche la psicologia. Spronava i suoi calciatori con slogan del tipo: «Coraggio più sudore, più calma: uguale ricetta della vittoria». Il suo ispiratore era il filosofo olandese Johan Huizinga (1872-1945), autore nel 1938 del saggio Homo Ludens, nel quale esaminò il ruolo del gioco in legge, guerra, scienza, poesia, filosofia e arte. Huizinga sosteneva che l’istinto del gioco era alla radice della cultura dell’uomo e di tutte le sue attività. «Aveva sempre sotto mano questo libro di Huizinga», ricorda la figlia, «per lui il calcio, il gioco in genere, faceva parte di una globalità dell’essere umano. Era capace di fermarsi per strada a osservare dei ragazzini che giocavano a calcio solo perché lo interessava vedere il rapporto fra loro e il pallone». Tutta questa capacità e questa ricchezza culturale nell’Italia fascista non valsero più nulla quando il regime emanò nell’autunno del 1938 le Leggi Razziali, che mettevano gli ebrei ai margini della società.«Questa nuova realtà provocò in me un tremendo shock. Mi sentivo italiana a tutti gli effetti e non avevo alcuna cognizione dell’origine ebraica della famiglia», racconta Susanna Egri, «andavo spesso in chiesa a pregare. Dai documenti di mio padre risultava l’origine ebraica della mia famiglia e tanto bastò per sconvolgere all’improvviso la nostra vita». Erbstein in un primo momento cercò una via di fuga con l’aiuto del Torino. La soluzione studiata fu quella di scambiare il suo posto di allenatore nella società granata col suo amico Molnar, tecnico del Rotterdam, che era disposto a sostituirlo in Italia in attesa di tempi migliori. «Partimmo tutti insieme per andare a Rotterdam, ma alla frontiera tra Germania e Olanda ci attese una brutta sorpresa», ricorda Susanna Egri. «Gli olandesi annullarono i nostri regolarissimi visti senza alcuna spiegazione e non ci lasciarono entrare. Ci ritrovammo bloccati a Kleve vicino a Düsseldorf in piena Germania nazista, dove già erano in vigore le leggi razziali e agli ebrei era imposto di circolare con la stella gialla cucita sui vestiti, un simbolo che contrassegnava anche i palazzi nei quali erano obbligati ad abitare. Mio padre con l’aiuto del Torino cercò di avere nuovi visti, ma non ci fu niente da fare. Per motivi ancora oggi a me oscuri gli olandesi ci respinsero alla frontiera e decidemmo così di andare a Budapest, dove ci dovevano accettare per forza e dove abitavano il padre di mio padre e i suoi fratelli, che ci diedero ospitalità».Erbstein si ritrovò a dover cambiare ancora lavoro e scelse un settore a lui sconosciuto, ma al quale si adattò molto rapidamente, quello dell’importazione di prodotti tessili dall’Italia. Se la cavò egregiamente anche grazie ad alcune amicizie e nel frattempo si tenne in contatto per corrispondenza col presidente del Torino Ferruccio Novo, che non poteva fare a meno delle sue consulenze. Fece anche diversi viaggi in Italia, durante i quali visionava giocatori da indicare per l’acquisto a Novo. Loik e Mazzola furono acquistati proprio grazie a sue segnalazioni.In breve tempo gli Erbstein raggiunsero un certo benessere economico e, pur non facendo parte della comunità ebraica, avevano molti amici ebrei, che a Budapest erano parte predominante dell’elite culturale. La loro vita scorreva relativamente tranquilla fino al marzo del 1944 quando i tedeschi occuparono con i carri armati la capitale ungherese.«Cominciarono con l’imporre la stella gialla a tutti coloro che avevano anche un solo avo ebreo. Per le strade si vedevano immagini grottesche come quelle di suore con la stella gialla sul petto», racconta la signora Egri, «la mia vita divento presto molto a rischio. Fu ordinato a tutte le ragazze ebree di età compresa fra i 16 e i 25 anni di presentarsi a un punto di raccolta. Mi rifiutai, ben sapendo che era pericoloso. Riuscii a nascondermi grazie ad amici ungheresi in un pensionato per ragazze cattoliche, dove si producevano divise militari. Questa istituzione, sotto protezione del Vaticano, era diventata, per iniziativa del suo direttore padre Klinda, un rifugio per ragazze nella mia situazione, cioè cattoliche di origine ebraica. Portai con me anche mia madre e mia sorella più piccola così da poter stare tutti insieme. Mio padre invece fu trasferito in un campo di lavoro coatto alla periferia di Budapest. Era destinato a lavori pesanti come il trasporto di binari». «Da lì», prosegue Susanna, «riusciva ad avere permessi per uscire così ci veniva a trovare. La situazione era però instabile e anche lì la sicurezza non era garantita. Nell’autunno del 1944 quando infuriavano i bombardamenti alleati, le Croci Frecciate ungheresi fecero irruzione nell’edificio. Ubriachi, armati fino ai denti, i miliziani ci radunarono tutti in un unico salone. Era domenica, giorno di visite, un’occasione unica per prendere prigioniero anche chi fosse venuto lì occasionalmente. Arrivavano molte telefonate di parenti e i miliziani facevano venire nell’ufficio della direttrice quelli che erano chiamati al telefono e li obbligavano a dire “venite a trovarci” così da avere sempre più gente da catturare. A un certo punto chiamarono anche me al telefono. Ci andai circondata da miliziani armati fino ai denti, che mi intimarono: “Devi dire che vengano qui subito perché c’è una festa”. Al telefono c’era un commilitone di mio padre, che telefonava per avvertire che quel giorno mio padre non aveva avuto il permesso di venire a trovarci. Risposi con un tono di voce alterato un po’ da stupida così da ingenerare nel mio interlocutore dei sospetti. Raggiunsi il mio scopo. Quel signore si allarmò e consigliò a mio padre di telefonarmi subito. Così fece. Mi chiamarono di nuovo al telefono e io rifeci la stessa commedia parlando in ungherese, ma aggiungendo a bassissima voce in italiano: “Aiuto”».«“Ho capito tutto, stai tranquilla!”, mi rispose prontamente papà. Intanto le Croci Frecciate ci misero in fila e ci fecero uscire a piedi fuori dal palazzo. Non sapevamo dove ci portavano, ma avevamo la sensazione netta di essere condotte verso la morte. A un certo punto ci fermammo a lungo senza capire cosa stava succedendo fino a che ci fecero tornare sui nostri passi. Al pensionato ci aspettava padre Klinda che ci raccontò come grazie all’allarme da me lanciato mio padre avesse contattato il Nunzio Apostolico per chiedergli di intervenire presso alle autorità ungheresi e invocare il rispetto della protezione del Vaticano sul pensionato. Il Nunzio aveva telefonato personalmente al ministro dell’Interno e aveva ottenuto che questi ordinasse alle Croci Frecciate di lasciarci libere. In quel posto però non potevamo più stare. Le Croci Frecciate sarebbero certamente tornate alla carica. Scavammo una buca sotto il filo spinato e scappammo a casa della famiglia di mia mamma, che era ariana e lì rimanemmo fino alla fine della guerra. Mio padre, invece, scappato dal campo di lavoro si rifugiò clandestinamente presso di noi, ma non per molto. Mi accorsi per tempo di una delatrice che aveva avvertito le Croci Frecciate della sua presenza e riuscii ad accompagnarlo da Raul Wallenberg al consolato svedese, dove molti ebrei avevano trovato rifugio e dove rimase fino all’arrivo dei sovietici».Nel 1946 Ernesto Erbstein, che durante la guerra aveva cambiato il suo cognome di origine tedesca nel magiaro Egri, tornò con moglie e figlie a Torino, dove l’attendeva con ansia il Commendator Novo, che gli diede l’incarico di direttore tecnico. «La passione per il calcio lo aiutò a ritrovare la serenità perduta durante le terribili esperienze della guerra. I valori nei quali credeva uscirono ancora più rafforzati e in lui era cresciuta la volontà di adoperarsi per gli altri e di insegnare onestà, lealtà, generosità», spiega Susanna Egri, «Per la squadra assunse un ruolo “quasi paterno”». Viveva costantemente con la squadra: programmava gli allenamenti anche della Primavera, stabiliva la dieta, distribuiva i ruoli all’interno della squadra, parlava con tutti dei loro problemi. Era dotato di un carisma da direttore d’orchestra. Il presidente Novo non faceva niente senza l’avvallo di mio padre. Aveva totale fiducia nella sua competenza e nella sua rettitudine. Naturalmente non tutti l’amavano. Chi eccelle suscita sempre invidie e così fu attaccato per questioni stupidamente politiche. Qualcuno lo accusò di essere comunista semplicemente perché aveva compiuto alcuni viaggi avanti indietro dall’Ungheria. Rispose pubblicamente con un articolo dal titolo «Non sono una spia». Solo nel 1948 la famiglia Egri si riunì definitivamente a Torino. Casa Egri diventò presto un punto di riferimento per fuoriusciti ed esiliati ungheresi, che vi ricevevano ospitalità. La serenità ritrovata del direttore tecnico del Grande Torino e della sua famiglia non durò molto.

Il 4 maggio del 1949 perì nell’incidente aereo di Superga con la squadra da lui tanto amata. «A vent’anni mi ritrovai capofamiglia. La vita si fece durissima. Allora ero prima ballerina all’Opera di Firenze e dovetti trasferirmi a Torino interrompendo la carriera, che però poi sono riuscita a portare avanti», dice la figlia, «ho allestito coreografie di danza classica e contemporanea per la tv, che nasceva in quegli anni, ho fondato la scuola che dirigo tuttora. Di mio padre mi sono rimaste due cose. La prima è la frequente abitudine inconscia di organizzare balletti di undici ballerini come una squadra di calcio. La seconda è un oggetto che porto sempre con me: una bambolina portoghese. La trovai nella sua valigia dopo la tragedia di Superga. L’aveva comprata in Portogallo per regalarmela. È il suo regalo postumo, l’oggetto più caro che ho, il mio portafortuna».

di Gabriele Eschenazi



Con la presidenza dell’Ing. Della Santina, Erbestein ha occupato la panchina della Lucchese per otto stagioni, dalla 1930-31 alla 1936-37 vincendo tre campionati (1932/33 – 1933/34 e 1935/36 fino alla conquista della Serie A, 1936-37.


21 ottobre, 2006

LE BOMBARDE DI TUTTI I TEMPI

goal bombardieri
137 Paci

66 Carruezzo

65 Conti U.

63 Coppa

50 Rastelli

43 Marianetti

40 Moscardini
La festa per i 100 goal di Paci
Campionato 1990-91
28 Apr. 1991
Lucchese - Foggia 2 - 0
LUCCHESE: Pinna, Vignini, Russo, Pascucci, Monaco, Montanari, Di Stefano, Giusti, Paci, Bruni (Castagna), Rastelli. A disp. Quironi, Landi, Ferrarese, Baraldi. All. Orrico
FOGGIA : Mancini, List, Codispoti, Manicone, Bucaro, Napoli, Rambaudi, Porro (Caruso), Baiano, Barone, Signori. A disp. Zangara, Grandini, Polito, Casale. All. Zeman
ARBITRO: Pairetto di Torino
MARCATORI: 12' e 82' Paci
AMMONITI: Di Stefano, Bucaro, Baiano, Paci, Rambaudi
ANGOLI: 6 – 4 per il Foggia
SPETTATORI: 9.036


Paci autore della doppietta

Campionato 1991-92 Pisa Lucchese 1 - 2

PISA: Spagnulo, Chamot, Fortunato, Marchegiani (Martini), Taccola, Bosco, Rotella, Simeone (Gallaccio) Scarafoni, Zago, Ferrante. A disp. Polzella, Dondo, Fiorentini. All. Castagner

LUCCHESE: Landucci, Vignini, Tramezzani, Giusti, Delli Carri, Baraldi, Di Francesco (Baldini), Monaco, Russo, Paci, Simonetta (Di Stefano). A disp. Quironi, Sorce, Barsotti. All. Lippi

ARBITRO: Lanese di Messina

MARCATORI: 23' Russo; 34' Tramezzani; 60' Scarafoni ®

AMMONITI: Baraldi, Taccola, Bosco, Simonetta, Monaco, Di Francesco

ANGOLI:

13 – 3 per il Pisa

SPETTATORI: 10.186


Campionato 1995-96: 18 Feb. 1996

Lucchese - Pistoiese 2 - 1

LUCCHESE: Galli, Mignani, Cardone, Baronchelli, Bettarini, Manzo, Russo, Giusti, Cozza (Brambati), Paci (Di Stefano), Rastelli (Pistella). A disp. Scalabrelli, Fialdini. All. Bolchi.

PISTOIESE: Betti, Notari, Terrera, Bellini, Tresoldi, Nardi (Campolo), Zanuttig, Catelli (Biagioni), Nardini, Lorenzo, Montrone. A disp. Bizzarri, Rossi, Sclosa. All. Clagluna.

ARBITRO: Boggi di Salerno

MARCATORI: 11' Rastelli; 30' Lorenzo; 57' Giusti.

AMMONITI: Terrera, Zanuttig, Cardone, Cozza, Catelli, Paci

SPETTATORI: 7.322